martedì 30 dicembre 2014

Ma come fanno le foodblogger



Io lo dico sempre e lo ripeterò all'infinito: non potrò mai essere una foodblogger.
E non me ne rammarico di questa cosa perché in fondo non è che ho mai sognato di diventarlo, proprio no. Mi piace cucinare, fare dolcetti e muffin ma coi mestoli sono un casino.
Tipo che per fare un dolce ci vogliono al massimo due ciotole e una forchetta e sul mio piano trovate: due ciotole, tre piatti, un tegamino, otto posate, le fruste elettriche, il minipimer, il barattolo dello zucchero infilato in quello della farina, il burro semi sciolto perché me lo scordo fuori dal frigo, i gusci delle uova rotte insieme a quelle ancora da rompere, un gatto e via dicendo. In poche parole: un casino che basta e avanza. Sono una creativa, che ci volete fare.
Non solo, sono anche un po' despota: faccio solo cose che mi piacciono. Tipo che al Santo piace tanto la mandorla, a me non garba e quindi non ho mai fatto un dolcetto alle mandorle. Nulla. Nada de nada. Lo so, ma non sono stronza, è che mi disegnano così. Io le cose le devo fa' di pancia e di cuore e se provo a fa' una ricetta che non mi ispira o che 'non sento', mi vien fuori una ciofeca. Giuro! Però c'è da dire che il Santo pecca di gola (tre avemarie e un paternostro) e quindi gli vanno bene anche tutti gli altri dolcetti che preparo. Dev'essere roba semplice, però. Parecchio semplice. Io sono per le ricette da fare al volo, veloci e così facili che potrebbero essere cucinate da un bimbino. Sennò sminchio alla grande. Io sono da tutto e subito, se c'ho da aspettare mezza giornata già mi prende male. Per questo, bensì mi vengano buone, faccio raramente le brioches, va via mezza giornata, io ve lo dico.
Quest'anno m'era preso lo schiribizzo di fa' il pandoro o il panettone. Ho chiesto alle amiche foodblogger una ricetta 'semplice' e tempo tre secondi mi son resa conto di aver bestemmiato.
Le parole PANETTONE o PANDORO con la parola SEMPLICE son come due rette parallele: NON SI INCONTRERANNO MAI.
Le mie amabili cuochine mi hanno linkato alcune ricette, ma tempo di leggerne mezza e già perdevo sangue dal naso. Troppo sforzo. Io davvero non so come fanno. Per un panettone e affini ci vogliono tre giorni. Tre giorni. No, ma mi ci vedete? Io che, mentre mi depilo, con una mano tengo il rasoio e con l'altra pulisco il bidet. Io, che trovo unpardipalle anche girare spesso il sugo sennò si attacca. Io, che guardo solo le ricette con una stellina di difficoltà.
Ora sarebbe bello se vi sorprendessi con una megafoto di un bel panettone con su scritto “E invece l'ho fatto!!!”
Mi spiace deludervi: non ho fatto una beata fava. C'ho rinunciato. Ho fatto altro. Mi sono lasciata spaventare da tutta quella lievitazione, quella lavorazione, da tutto quell'aspettare, che vi giuro, mi farebbe morì.
Che poi è tutto un dai la cera togli la cera.
Prendiamo l'impasto.
Che qui mica vorrai usare farina normale, no? Ma che sei pazza? Minimo dev'essere farina del campo di grano del quarto imperatore della Cina con l'aggiunta di polvere d'oro egiziana ritrovata nella piramide di Cheope.
Il burro? Uè, mica il burro del Super. No, crema di latte delle montagne svizzere lavorata a mano direttamente dal nonno di Heidi e solidificata nella grotta di Betlemme.
Il lievito? Ce l'hai il lievito madre? Se non ce l'hai non sei NESSUNO. Ce lo devi avè, per accudirlo come un tamagotchi e sfruttarlo tipo lavoro minorile per i tuoi impasti. Davvero non ce l'hai? A parte il fatto che non ti far sentire dalle Foodblogger stellate che per questa tua mancanza ti potrebbero impalare e darti fuoco in piazza come una Giovanna D'Arco qualunque, e poi provvedi santoiddio, non è che puoi usare un lievito qualunque come abbiamo usato fino a tre anni fa prima che Cracco &C scassassero la minchia con le prelibatezze in cucina, chiaro?
Il latte? Che latte c'hai in frigo? Fai vede'? Non va bene. Ma ti pare? Ce l'hai una stalla? No? Un garage? Ecco, allora vai da un allevatore, comprati una mucca, trasforma il garage in una stalla e mungi la tua Lola. Solo così avrai latte genuino per il tuo super panettone. Minchia, ma ti devo insegnare tutto.
Lo zucchero. Ti dico solo una cosa: sappi che lo zucchero bianco è considerato IL MALE, regolati di conseguenza.
La frutta candita. Cooooosaaa??? Togli subito quella scatolina commerciale se non vuoi essere presa a sassate. La frutta candita TE LA DEVI FARE DA TE. Tzè, i canditi mi compra, lei.
Guarda, facciamo finta che hai tutta sta roba che t'ho detto, va bene? Tu dici 'ora lavoro l'impasto' e invece no! Mettilo lì che deve riposà dodici ore minimo, poverino. In forno spento con luce accesa perché evidentemente ha paura del buio. O sennò armata di sensore da rabdomante devi girare per tutta casa alla ricerca di un angolo asciutto al riparo da correnti d'aria, perché all'impasto l'aria fa male alla cervicale. Io non so manco in quale cassetto ho i calzini figuriamoci se so in che pertugio c'è meno aria; e, se anche ci fosse, minimo sarebbe dove si rintana il gatto in fondo all'armadio.
Dopo un tempo in cui avresti potuto imbiancare casa puoi riprendere l'impasto e lavorarlo con altra roba, ma non è ancora pronto. Lo devi fa' riposa' un'altra volta. Manco io dopo due lezioni in palestra sono così stanca, ma sorvoliamo. Dopo un tempo in cui avresti potuto fare un trasloco, lo riprendi e lo rilavori di nuovo. E non a cazzo di cane come tuo solito, ci dev'essere un verso anche per piegarlo. Tipo asciugamano da ospite. Pieghi lì, pieghi qui, CON CRITERIO, non a caso. E CON CALMA. Poi, quando sei lì che festeggi il tuo ottantaseiesimo compleanno, è pronto e lo puoi mettere nello stampo. Ma non lo puoi infornare perché deve lievitare ancora. Lo inforneranno i tuoi parenti prima di venire al cimitero perché nel frattempo sei morta, ma vuoi mettere la soddisfazione? Avrai fatto un panettone degno di questo nome, super cheffato, super stellato, che anche Bastianich direbbe 'Vuoi che muoro?' e tu risponderesti “No, per farlo son già morta io e mi pare più che sufficiente”.
Senza contare che ai parenti, ai quali hai lasciato solo 'la cottura', hai dato una piaga immane. Quindici minuti a centonovanta, dieci minuti a centottanta, tre minuti e dodici secondi tra centosessantacinque e centosessantaseivirgolatre, due minuti e ventisette statico, un minuto e trentatrè ventilato, quattro minuti con forno aperto mentre canti l'ultimo cd di Natale di Michael Bublè, e altri venti secondi a forno chiuso a patto che tu intoni Tu scendi dalle stelle in do minore.
Poi hanno il coraggio di augurarti Buon Natale. È una battuta, vero? Io me lo rovino il Natale se solo provo a fa' metà di 'sta roba con questi ingredienti.
E niente. L'ultimo post del 2014 è questo, dove dichiaro che non so fare il panettone e il pandoro, dove dichiaro (lo giuro vostro onore) che ho fatto con tanto amore il tronco di Natale che non è bello e buono come un panettone fatto in casa, ma dio solo sa se c'ho messo il cuore. L'ultimo post dove dichiaro che menomale ci sono le foodblogger che stimolano i miei neuroni e che cucinano con professionalità e una preparazione che io mi sogno la notte. Dove dichiaro che, a parte le battute, la mia è tutta invidia. Una sana invidia, perché girando per blog vi ho sfanculato con amore ma sbavavo come un San Bernardo d'Agosto davanti alle vostre splendide prelibatezze. A volte, ve lo dico, siete un bello stimolo. (Lo so sembra la pubblicità del confetto Falqui, ma tant'è)
Dove dichiaro che  ho la certezza che non potrei mai essere alla vostra altezza (ho fatto la rima?) anche se facessi 987 puntate di Masterchef.
Però ho un anno di tempo. Capace che a Dicembre 2015 io mi rinvenga e sforni il mio primo panettone.
Ora scusate, vado a sgomberare il garage sennò la mi' Lola non mi c' entra.

martedì 23 dicembre 2014

Il Natale in 10 punti.





1 . Il Natale a casa mia è quel giorno in cui il mio babbo (uscito da tavola alle cinque del pomeriggio) chiede guardando l'orologio e malcelando un prosit “Bene. E da cena che si fa?”

2.  È lo scambio di regali alla cazzo de cane, tipo che non usiamo metodo e disciplina. No, si tirano i regali alla rinfusa urlando il nome del prescelto e guarda di essere attento che sennò ti arriva tra i denti il minipimer di acciaio inox.  E quando sei in diciotto in un salotto la cosa si fa molto interessante.

3.  È il pranzo di Natale con 25 portate (dolci esclusi) dove la cosa più dietetica ha un ripieno fritto e messo in umido. E non t'azzardà a non mangiare che mamma mi si offende. La parola DIETA viene vista come una bestemmia.

4.  È la cena di Natale che guai a saltarla (vedi punto uno) a base di focaccine e affettati dove si infiltrano gli amici, gli amici degli amici, i conoscenti degli amici degli amici e i chiccazzoteconosce. Categoria meglio conosciuta come 'L'infiltrato al matrimonio'.

  1. Sono i giochi da tavolo che per spiegarli a mi'madre o alla nonna di turno impieghi circa tre anni luce e inizi la partita che è il 15 d'agosto. E puntualmente vincono con una stratosferica botta di culo.
  1. È la tombola dove dopo il primo numero c'è il genio che grida ambo, dopo quattro 'cinquina' e dopo dieci 'tombola', per poi scoprire che il 67 non è manco uscito e i fagioli è bene che tu li mangi invece di piazzarli sulla cartellina. Quando va bene si vince un osso finto rosicchiato dal cane.

  2. È il giorno in cui mia madre sentenzia “Domani semmai mangiamo gli avanzi” e puntualmente il 26 potresti morì di fame perché in casa mia non è MAI avanzato nulla. Quindi se hai fame oltre ad attaccarti al tram, attaccati pure alle gambe del tavolino, ciccio.
8. È il giorno in cui si bussa per andare in bagno. Mia madre bussa alla porta del SUO cesso in casa SUA. A volte c'è un pellegrinaggio che manco a Lourdes. Se poi riesce (grazie alle prugne del tacchino ripieno) a evacuare pure lo stitico, si può gridare al miracolo. E lì la gioia collettiva.

9. È il tappo di spumante sulla rampa di lancio che puntualmente fa avvolgere il capo con le mani alle donne al grido di “Il lampadarioooo!!” che in quarantun'anni di vita non ho mai visto cogliere. In fronte a nonna, in bocca al cane, nei gioielli di famiglia dello zio e nel vaso cinese sì, ma nel lampadario no. Mai una gioia.
  1. È il giorno in cui siamo stati anche in 27 intorno a un tavolone stretti stretti, vicini vicini, che per magnà ti conviene farti imboccare da quello davanti perché non puoi muovere le braccia, figuriamoci usare le posate. L'ideale sarebbe infilare direttamente la testa nel piatto come un bassotto nella sua ciotola. E cerca di fare prima i tuoi bisogni, perchè NON PUOI alzarti e NON PUOI passare, perché dovresti far alzare diciotto persone sia all'andata che al ritorno. Al massimo ti è consentito di portare  un catetere o un pitale; l'importante è che tu all'una in punto trovi una tua collocazione da seduto e da lì, per le restanti cinque ore, non te devi move. Piuttosto muori, ma rimani dove sei.


    Da questi pochi punti si evince che per noi il Natale ha un significato molto profondo.
    Gnaàfamo proprio.

    Detto questo: BUON NATALE, bimbi.
    E che qualcuno becchi un lampadario, scatti la foto del misfatto e della faccia della padrona di casa e me la mandi.
    Non chiedo poi tanto. Grazie.





      lunedì 15 dicembre 2014

      Un Natale diverso



      Sono le cinque e mezzo di un 15 Dicembre e io sto sorseggiando un tè agrumato mentre guardo fiera sotto l'albero di Natale: oggi ho impacchettato con calma e cura quasi tutti i regali. In più, stamattina, ho sfornato quattro teglie di biscotti così belli e profumati che la mia casina sembrava una piccola pasticceria.
      Voi direte: embè? e che c'è di strano?
      C'è di strano che, negli ultimi diciamo...vent'anni?  il 15 Dicembre,io  non abbia mai potuto fare quello che avete letto. 
      È la prima volta che nel periodo pre Natale  ho del tempo per la mia famiglia, per i  miei amici, per me stessa e per fare le cose che amo. E per godermelo, questo periodo. Senza essere fagocitata dall'isteria della gente, senza fare le corse, senza tornare a casa stanca morta con la pagliuzza nelle mutande. Non preoccupatevi per me, sto ancora lavorando, ma...diversamente diciamo. Ho un lavoro che mi permette un piccolo stipendio e tanto tempo da dedicare alla mia famiglia e alle mie passioni: infatti, tra le tante,  ho finito il terzo romanzo. È un Natale particolare questo qui, pieno di cose, di meraviglia, di novità. Riscopro la gioia di fare i regali handmade, di trovarmi con le più care amiche per farsi gli auguri più caldi davanti a un tè, fare biscotti al cioccolato insieme ad Alice con un  cd di Natale in sottofondo. Passeggiare tra i vicoli illuminati, sbirciare nelle vetrine vestite a festa, camminare mano nella mano  nelle vie del centro assaporando ogni passo, ogni metro. Senza fretta.  Riesco a godermi i preparativi con mamma e babbo che, negli ultimi anni, mi vedevano solo il 25. E che bellezza parlare con mamma di menù e offrirsi per fare un dolce strepitoso per il pranzo di Natale. Quello che per tutti viene vissuto come un bel periodo, di aspettativa, di preparazione, di impacchettamenti sotto le lucine colorate dell'albero, per la prima volta lo assaporo anche io e non mi sembra vero. È un Natale diverso. Più consapevole, più maturo, abbracciato e coccolato da una scelta  fatta un anno fa. Una scelta difficile, coraggiosa, ma che ho affrontato con grinta guardando avanti fiduciosa, nonostante i tempi, nel futuro. E ora, dopo tutto questo tempo, ho la conferma di aver fatto la cosa giusta. No, non solo per godermi il Natale, è ovvio. Per godermi tutto quello che c'è al mondo, che diamo così per scontato ma che scontato non lo è. Perché il tempo passa e non ce lo restituisce nessuno. E io il tempo lo voglio, lo pretendo, lo voglio vivere e prendere a morsi, gustarlo. Non sono mai stata una che si accontenta delle briciole. E questo tempo lo rivedo nei sorrisi sereni di Alice, negli abbracci stretti del Santo, nelle nostre passeggiate, nelle cene a un orario decente, in un dolce fatto a quattro mani.  Questo tempo preziosissimo lo rivedo in noi. Questo tempo che ora c'è, che ci alimenta, che ci sostiene e che ci unisce. E del quale non potevamo farne a meno.
      È un Natale diverso.
      È un Natale più bello.

      venerdì 5 dicembre 2014

      Il Natale nella Craft House

      Disclaimer: questo post nasce perché decine di persone mi hanno detto "Avete scassato così tanto con la casetta in Canadà che se non ci fate vedere come l'avete addobbata ve la tiriamo giù con un peto disumano."

      Una cosa che accomuna molto me e il Santo c'è anche la cura/manutenzione della casa. Non ho mai dovuto pregare per cambiare una lampadina, sistemare una staccionata, sturare un lavandino e via dicendo. Un'altra cosa che accomuna molto me e il Santo è che amiamo il Natale in maniera spassionata proprio. E c'è un'altra cosa che accomuna me e il Santo ed è la passione per la Craft House. Sì, lo so, la uso principalmente io per fare i lavoretti. Lui magari si sistema in verandina a leggere un libro, ma fatto sta che ci garba tanto (e vorrei vedè con tutta la fatica che ci abbiamo messo. Alimortè n.d.r.)
      Se mettete insieme Natale&Craft House è l'apoteosi. Abbiamo girato un po' per trovare le luci adatte e non vedevamo l'ora di addobbarla fuori e dentro  che manco Las Vegas!
      Sì, lo so, abbiamo esagerato, e pagheremo uno stonfo di bolletta, ma Natale quando arriva arriva. 
      Ho messo tuuuuutte le candeline sul mobiletto. (sì le accendiamo quando siamo dentro. No, non sono fisse accese. Sì, sono quelle di Ikea che costano poco.)





       

       Non guardate la mia cassettiera rustica per cortesia che è sempre work in progress. La mia idea è quella di tingere le cassette di bianco e studiarci qualcosa. Dentro ci sono le riviste di cucito e punto croce.





      Quella invece che vedete a sinistra è una stufina perché abbiamo scoperto che d'inverno ci si muore di freddo. Anche perché non ci faccio sollevamento pesi ma sto ferma ferma a cucire e se non voglio trasformarmi in Olaf in mezz'ora, era bene organizzarsi. Non posso dire nulla a riguardo sulla scelta della stufa perché mentre una sera ero lì a parlarne su FB con le amiche tipo "Prendi questa", "No, prendi quella," "No, prendi l'altra", il Santo è arrivato a casa e mha detto "Tho!Così cuci al caldo."
      Lo so è un uomo da sposare e infatti a 24 anni avevo già l'anello al dito, son mica scema.Eh.
      Ma non è bellina? Ma quanta atmosfera fa oltre a un caldo che se non la spengi dopo venti minuti mi ritrovano lessa come una castagna bollita, eh?



      E poi il fuori. Abbiamo addobbato prima il fuori che il dentro, chevvelodicoaffà, e non abbiamo ancora finito, tipo che la ghirlanda che intravedete era ancora scarna invece ora è tutta ripiena come un tacchino a Natale, appunto.
      E poi c'è da sistemare ancora qualche filo se non vogliamo che il pozzo parta tipo razzo sulla rampa di lancio di Cape Canaveral.















      Dalle foto potete ben capire che è una settimana che io lì dentro ci vivo. Ieri addirittura mentre cucivo, Alice è arrivata e m'ha detto "Posso studiare qui dentro?"
      No, ma ci garba solo un filino ino ino.
      Non ho altro da aggiungere,anche perché che devo di', giusto?

      p.s le foto non sono il massimo, ma leggere le istruzioni della Nikon mi fa perdere mazzi e mazzi di neuroni specchio, quindi stanno così, un po' sfocarelle.

      Ora vado che c'ho da cucire i regalini handmade per Natale proprio dentro la casetta.
      Mi piace vincere facile? Ponzi Ponzi pom pom pò!


      lunedì 24 novembre 2014

      Chi ha un cane è una persona paziente


      Chi ha un cane è una persona paziente.
      Sono arrivata a questa conclusione stamattina, dopo aver portato a spasso per la prima volta il cane della mi'mamma. Cane...vabbè, quel cosetto peloso alto un barattolo e poco più.
      Insomma, io ero dalla mi'mamma ad aspettare l'ora per andare a prendere Alice e sto canetto girottolava un po' inquieto. Il mi' babbo non era ancora arrivato e ho detto “Dammi il guinzaglio, vai, che lo porto io a fa' una passeggiatina.”
      Cioè, l'inferno.
      Premetto che non ho un cane, non l'ho mai avuto e credo che nemmeno lo prenderò nei prossimi mesi perché ritengo che un cane vada tenuto bene e che richieda un impegno e una dedizione  che noi sul momento non possiamo dargli. Tuttavia i cani a me piacciono, più quelli grandi che quelli piccoli a dire la verità, ma è solo una questione di gusti, niente di più.
      Insomma, dicevo: io il cane non l'ho mai avuto quindi non so come si comporta un cane a passeggio. Io sognavo o di essere trainata tipo slitta sulla neve (ma vista la mole del toporagno 'sto sogno è svanito subito) o camminare a testa alta con 'sto canetto che a coda ritta mi seguiva passo passo tipo la pubblicità di Barbie e Toby, l'amico del cuore.
      Lui tutto contento si fa mettere la pettorina da me e la mi'mamma e in due c'abbiamo messo l'equivalente di quanto ci vuole alla sottoscritta per capire come cambiare canale su Sky. Poi tutto trotterellante mi precede fuori. Oh che bellino! Ganzo!
      Me la devo essere gufata a bestia perché già dopo dieci passi si ferma.
      Okay, dovrà fare pipì. E infatti.
      Poi riparte e dopo tre passi si riferma.
      Okay, la dovrà finire. E infatti.
      Dopo due passi si riferma. Ma ha la cistite 'sto canetto? Alza la gamba ma non produce.
      Okay, non indaghiamo troppo. Prendo atto della mia ignoranza sui cani e va bene così.
      Dopo tre secondi si riferma. Scappa cacca.
      Produce una cosa che mi fa domandare se mia madre da mangiare gli dia le pantegane ma non voglio soffermarmi nemmeno su questo. Soffermiamoci piuttosto sul fatto che essendo uscita in stile Barbie Fashion e il suo Yorkshire non ho pensato a prendere le bustine. E quindi ho dovuto fare con quello che avevo in borsa e cioè: svuotare un sacchetto di fazzolettini, usarne uno per raccogliere quel che resta di un cane dopo la digestione e usare il sacchettino di nylon Tempo per metterci dentro una roba che una fogna di Calcutta in confronto è un Arbre Magique.
      Già qui ero intenzionata a tornare indietro. E avevamo fatto solo sei metri. Ma io sono impavida. Cosa può fare ancora il microcane? Nulla, a parte fermarsi ogni due secondi. Due secondi. Ad annusare la qualunque, assaggiare una foglia, sniffare l'erba, giocare con un legno, litigare con una lumaca...Allora: io sto alla pazienza come Orietta Berti al rock and roll, per capirsi, e il mio motto è GO!, quindi potete immaginare la mia faccia davanti al toporagno che pare si interessi alla flora e alla fauna di tutto il pianeta. Hai voglia di tirarlo, chiamarlo e dirgli “Andiamo!”, a lui non fregava una benemerita fava. Un'ora e un quarto per fare dieci metri. Senza contare che si è fermato spesso di botto e si metteva immobile davanti ai pali della luce manco fosse in preda alla sindrome di Stendhal. Forse gli appariva la Madonna. Non è dato sapere.
      Poi ha cominciato a grattarmi le gambe. Un passo e grattava. Un altro e grattava. Tipo bimbino che vuole essere preso in braccio. E infatti era stanco. L'ho preso in braccio e mi ha leccato il mento come a dire “Grazie. Come dog sitter fai cagare, ma grazie.” Poi l'ho rimesso giù sotto minaccia e lui ha camminato per quanto...quattro passi? Poi si è rifermato.
      No, vabbè. “Ascolta un attimo porcellino d'india, non sei una compagnia telefonica che gira tutto intorno a te, chiaro? Io c'ho da fa'. Ci diamo una mossa?”
      Lui ha tirato su la faccetta e l'espressione diceva “Cazzo vuoi?” Il tutto sempre con sto sacchettino di merda appresso, badate bene.
      Poi si è nascosto sotto un'auto. Ferma. Sennò non sarei qui a pubblicare un post ma starei piangendo la morte di un cosino peloso. Poi ha rincorso un altro cane e mi ha tirato per un metro e Dio che goduria, sembrava un husky! Vabbè, non esageriamo, l'importante è sognare. Poi, vicino al traguardo, si è fermato di nuovo e non si voleva schiodare. Lo ammetto: per fare prima ho alzato la pettorina e ho lasciato che volasse un attimino. Ma solo un attimo, il tempo di fargli sentire cosa provava Icaro. Bellino, però. Muoveva le zampettine quasi a tempo. Poi siamo rientrati e l'ho visto triste, perché con me è ovvio che si è divertito un casino.
      “Com'è andata?” Mi ha chiesto la mi'mamma.
      “Bene, mamma. Ma oh! Una fatica!”
      “Come una fatica.”
      “È bravo, eh? E pure bellino, ma è di un lento ma di un lentooo! Si ferma ogni due secondi! E poi è duro! Ma durooooo!! Non puoi capì! Hai voglia di chiamarlo 'Charlie!Charlie andiamo!!' e lui nulla, non si muoveva.”
      “Ci credo. Si chiama Fonzie.”

      p.s. Il bello è che quel nome l'ho scelto io.

      martedì 11 novembre 2014

      Il robot spara missili

      Settimana scorsa sono stata invitata da una maestra elementare per coordinare e seguire i bimbi della sua classe durante un tortuoso e difficile cammino: costruire un racconto per partecipare a un concorso letterario rivolto alle scuole.
      La maestra si è affidata a me perché mi conosce, perché sa che in passato ho scritto e vinto con racconti per l'infanzia, perché sa che mi piacciono molto i bimbini e perché probabilmente non sapeva più dove battere il capo. La sua richiesta si può riassumere in “Ho 25 racconti e ne devo fare uno. Ovviamente i racconti sono tutti differenti e devo invece seguire una traccia già delineata. Ergo: vojo morì.”
      Allora io, armata di mantello rosso e tutina blu, mi sono catapultata in loro aiuto al grido di “SuperSimoooo!!!”
      Già come mi hanno accolto mi doveva far capire che sarebbero stati due giorni fantastici.
      Busso alla porta e si leva un coro di “Avanti!”
      Decidono loro, evidentemente.
      “Bimbi, questa è Simona.”
      “Ramona? Che nome è Ramona?”
      Ottimo.
      Mi hanno squadrata da capo a piedi, fino a che un bambino mi ha detto “Sei la nostra ultima speranza. Abbiamo fatto un casino che la metà basta e avanza.” Pure la rima, si vede che è bravo nelle poesie.
      La maestra mi fa: “Siediti alla cattedra”
      “No, ma ti pare? Sto in piedi.”
      “Ho detto mettiti alla cattedra. Questi, se stai in piedi, ti vengono dietro”
      Mi siedo alla cattedra e dio che figata! Mi sono sentita molto la maestrina dalla penna rossa!
      Guardo la classe e mi accorgo che ognuno si fa i cazzi propri: c'è chi si scaccola, chi è in ginocchio sulla sedia in bilico come un numero da circo, chi passeggia indisturbato che manco in Corso Italia, chi si improvvisa lanciatore del peso con l'astuccio del compagno, chi si regge la patta dei pantaloni chiedendo non solo di andare in bagno ma anche pietà e chi sta facendo col gessetto la sagoma del compagno sul pavimento in perfetto stile Scena del Crimine. L'ho amati. Da subito.
      Dopo aver cercato di attirare la loro attenzione lanciando bombe a mano, finalmente possiamo iniziare a lavorare sul racconto. Ovviamente hanno scelto il genere più difficile da costruire: il giallo. D'altronde sti bambini oltre a Peppa Pig sono bombardati da signore in giallo e don mattei, e quindi cosa ti devi aspettare? Leggo loro l'incipit (già incasinato di suo) li lascio pensare, poi raccolgo le loro idee per farne un unico pezzo. Riuscire a ingoiare una spada infuocata, per me, sarebbe stato più facile.
      Alzano la mano a turno.
      “Dimmi.”
      “Allora, c'è il delitto, no? Poi arriva un robot...”
      Lo fermo “Un robot? Si svolge in una casa nel bosco, e l'incipit fa capire che non è una storia fantascientifica.”
      “Ah.”
      “Comunque vai avanti, vediamo dove ti porta la fantasia.”
      “Sì, allora... dopo che hanno scoperto il morto, arriva un robot..” Vede il mio sopracciglio alzato e rettifica “...Un robot che abita nel bosco.”
      “Ok, vai avanti.” Gli sorrido per incoraggiarlo.
      Riporto testuali parole:
      “Insomma c'è questo robot che fa paura e nessuno riesce a catturarlo!Fa una strage e c'è tutto il sangue e combatte con la sua voce robotica 'IO SONO UN ROBOT CATTIVOOOO'!! E anche la polizia ha paura perché è alto due metri e poi perché spara missili e ammazza tutti!”
      “Spara missili? Deve essere un racconto veritiero, ricordi l'incipit?”
      “Okay, allora spara polpette.”
      Mi son cappottata sulla sedia. E niente, lui il robot ce lo voleva. Non è stato possibile farcelo realmente incastrare un robot in questa storia però per il concorso abbiamo scelto un suo disegno, perché era uno dei più colorati e ad effetto. Secondo me se lo si osserva per più di due minuti appare veramente un robot che spara missili in 3D.
      Poi è stata la volta del vero giallista. Un bimbo che mi avrebbe fatto comodo averlo accanto  nella stesura di Chiudi gli occhi, perché ha avuto delle idee non solo geniali, ma molto molto logiche e mature. Sono rimasta colpita. Ha esposto la sua teoria e sinceramente c'è sembrata la meglio. I compagni, per niente gelosi, lo hanno supportato e hanno accolto questa pseudo trama con molto entusiasmo, anche se ha smontato con un'arguzia e una lucidità degna di Poirot le varie ipotesi degli altri bambini. In parole povere, i suoi ragionamenti non facevano una piega. Perfetti.
      “Bravo, sei un giallista nato, i miei complimenti!Leggi molti libri gialli?”
      “No, ho visto tutte le puntate di Castle.”
      Poi, in ordine sparso c'è stato:
      il disfattista: “A me mi sembra che non torni niente. Bah!Poi fate come vi pare, ma a me non mi garba. Se lo dite voi...mah!...”
      il pigro:
      “Senti oh! Io sono arrivato a scrivere fino a qui. Andate avanti voi che io per oggi ho fatto già abbastanza!Quando avete finito, m'avvertite.” Un ganzo.
      L' impressionabile:
      “Possiamo fare che il morto non è morto e che invece fa finta e che il sangue in verità è succo di pomodoro, e che poi finisce che era uno scherzo?”
      Il confuso:
      “Senti, Lucia...”
      “Lucia? Mi chiamo Simona, ricordi?”
      “Ah sì, Simona.”
      Dopo cinque minuti “Lucia?”
      “Simona”
      “Sì, Simona...”
      Dopo tre minuti “Lucia?”
      “Dimmi, topo.”
      È rimasto interdetto “Ma non ti chiami Simona?”
      “Volevo vedè se stavi attento.”
      C'è chi mi ha chiamato 897 volte Maestra (la forza dell'abitudine), chi mi ha chiesto generando dieci secondi di terrore “Ma te a chi la dai?” (riferendosi alla mia storia una volta finita.) C'è chi mi ha detto “Ah, e quindi te sei una scrittrice. Quindi lavori in libreria (???). Bene, se mi dici quale così poi io vengo e mi fai lo sconto.”
      Chi mi ha detto:
      “Somigli alla mi'nonna”
      chi: “Anche la mia baby sitter si chiama Simona ma è più giovane di te”
      e chi “Hai una figliola di quattordici anni? Me la fai conoscere?”
      Verso la fine della lezione si è avvicinato il bambino del robot “Senti Simona, io c'ho ripensato. Lui in verità (indovinate il soggetto? Bravi) non ammazza tutti sparando polpette ma ha una maschera che con gli impulsi del suo cervello fa esplodere le cose. E poi....e poi...lui ha dei guanti speciali che se ti stringe la mano muori!!”
      “Mmh...la storia ormai è terminata, ma credo che farò tesoro delle tue parole, magari per il mio prossimo libro, va bene?”
      Lui mi guarda e poi, la svolta.
      “Anche io sto scrivendo un libro!”
      “Ma dai?! Fantastico! Di cosa parla? Aspè, fammi indovinare...un robot!”
      “Sì!”
      Se fosse cresciuto a Goldrake e Mazzinga non oso immaginare dove sarebbe arrivato:“Dimmi a grandi linee la trama, via!”
      “Allora c'è questo robot che è malvagio e va dentro casa e sale in camera sua fino all'ottantesimo piano...”
      “Ottantesimo piano? Allora non è una casa, è un grattacielo.”
      Mi guarda dubbioso rendendosi conto dell'incongruenza, poi sentenzia convinto “In realtà è un albergo.”
      “Bene, vai avanti che si fa interessante.”
      “Va in cima e trova un computer dove ci sono dati importanti sulla distruzione del mondo. E lui deve combattere e allora prende l'ascensore ma ci trova tutto il sangue e le braccia morte e una gamba tagliata e le teste mozzate e allora poi va in un ufficio e scopre il computer del nemico e un succo di frutta e poi lo beve che così gli dà forza e spara missili a tutta randa e muoiono tutti!!”
      “Mmh...interessante. Potrei intanto leggerne un pezzettino, magari?”
      “E no. Non puoi.”
      “E perché? Non hai detto che l'hai scritto?”
      “Sì, ma l'ho scritto nella mia testa.”
      Semplicemente fantastico.
      Sono stati due giorni meravigliosi dove davvero ho bevuto le loro storie e mi sono nutrita dei loro pensieri strambi, folli ma appunto per questo bellissimi.
      Una bambina, pronta già con lo zainetto in spalla, mi ha detto tutta triste “Ma ora non torni più?”
      “No, mi sa di no, la storia è finita. Mi dispiace.”
      Lei, coccolina, per tutta risposta ha abbassato la testa, l'ha infilata sotto il mio braccio e si è lasciata accarezzare la testa fino a che non è suonata la campanella.
      Non si vincerà il concorso, ma quello che mi hanno regalato in questi due giorni, vale più di un primo premio.



      martedì 4 novembre 2014

      Il Triangolo Rovesciato



      Vi ricordate quel giochino da bambine anni '80 che si chiamava Gira la moda?
      Ma quanto era bello?
      Ma io non ce l'ho mai avuto. Ce l'aveva mia cugina mi pare, o una mia amica, anche se sono passati solo dieci anni (sì vabbè qualcuno in più, ma c'è bisogno di ricordarmelo?) io non me lo ricordo a chi lo fregavo.
      Insomma dicevo: c'era sto giochino dove tu potevi creare vestiti. Più che creare potevi combinare quelli che oggi chiamiamo outfit. La maglia a righe con la gonna a fiori, i pantaloni larghi con la canotta, la camicia bianca con i jeans. Poi ricalcavi tutto e coloravi. Era bellino pe' davvero.
      Forse la mi' mamma, in quanto sarta, non me l'hai mai comprato perché io il Gira la moda lo avevo in diretta in casa tutti i giorni. Le volte che ho visto mamma imbastire un vestito o tenere gli aghi in bilico tra le labbra non si contano sulle dita di un'intera popolazione. Quindi che vuoi comprà quando cresci tra metro, stoffe e puntaspilli?
      Tutto sto preambolo per dirvi che l'altro giorno ho scoperto i video di Anna Venere.
      Anna Venere (che io non conoscevo - il suo blog è questo) è una graziosissima ragazza che insegna a vestirsi in maniera adeguata in base al nostro fisico. Mi piace tanto perché non è una fashion blogger, non sale in cattedra, non si atteggia, ma ci aiuta a capire come valorizzare il nostro fisico e più che altro che fisico abbiamo. Lo fa in maniera molto pacata, argomentando molto bene i contenuti e dando delle dritte molto efficaci tipo che è inutile che tu voglia mettere un tubino quando, da quanto sei secca, poi rischi di sembrare un lampione. Okay?
      Ora. Un po' perché c'ho avuto mamma che mi faceva i vestiti su misura, un po' perché ogni donna SA quale è il proprio punto debole, io, anche senza Anna Venere so cosa mi sta bene e cosa mi sta malissimo. Ciò nonostante mi sono bevuta i suoi video perché sono molto molto carini e ho appreso altre cose che ignoravo.
      Ho scoperto per esempio che faccio parte di una categoria rara e in minoranza, ergo: la più difficile da vestire. Te pareva? Tutto perché le vere femmene sono a Mela, a Pera o a Clessidra e quella alla quale appartengo io è classificata tra 'Mario il muratore' e 'Fabrizio il palestrato'.
      Le categorie fisiche delle donne infatti si dividono in 'Pera' (spalle strette, fianchi larghi) 'Mela' (forma più rotonda con poco punto vita), 'Clessidra' (vitino da vespa, tette e fianchi prosperosi) 'Rettangolo' (le magre con le giuste proporzioni tra spalle e fianchi' e il raro (almeno in Italia) Triangolo rovesciato (spalle larghe con molto seno e fianchi stretti.) Di questo c'è una sotto categoria : Spalle larghe con zero tette e fianchi stretti che sul vocabolario della moda lo trovate sotto la voce: Simona.
      Sia chiaro, io non mi lamento, non ho mai avuto grandi problemi di linea e sono sempre stata piuttosto magra. In alcuni casi gonfio come una zampogna e a volte ho preso qualche kg, ma non siamo qui a parlare di questo, siamo qui a parlare della mia forma, che mi è stata tramandata, io non ho colpa. Infatti nella mia famiglia, soprattutto le donne dalla parte di babbo, sono tutte leggermente androgine. Spalle larghe, poco seno, fianchi stretti. Quando dico spalle larghe intendo che spesso e volentieri mi chiedono se ho fatto nuoto a livello agonistico. Figuratevi. Ma vi pare?
      Ricordate le misure perfette? 90-60-90?
      Bene, io di seno ho 100. Cento. E se considerate che non ho tette potete ben capire che il mio metro è tutto di groppone. Che finezza. Due spalle che, soprattutto ora che vado in palestra, da dietro mi fanno assomigliare vagamente ai fratelli Bergamasco. Però posso lamentarmi a vita con “È tutto sulle mie spalle!” che voglio dire, son soddisfazioni.
      Il problema che ho cominciato a capire fin da giovanissima è che quello che mi entrava di fianchi non mi sarebbe mai entrato di spalle. E quello che mi entrava di spalle mi stava largo di fianchi. Tipo che  un tailleur lo devo prendere di due misure diverse, perché se sotto vesto una 40- 42 di sopra mi ci vuole una 44-46. Perché se provo a indossare una 42 di sopra, la schianto sulla schiena come l'incredibile Hulk, e non è bello. La 40 manco mi entra in un braccio, per dire.
      Le tute: se prendo una M mi stanno i pantaloni ma non mi entra la maglia. Quindi anche qui andiamo di spezzatino: una L per sopra e una M per sotto. In effetti sono la gioia di ogni sarta, mai una volta che mi entrasse uno spezzato della stessa misura. L'altro giorno mi sono provata un tubino nero che lèvate. Ho aperto la cerniera, l'ho infilato dalle gambe e wow! Fasciato stretto stretto sui fianchi, mi faceva un lato e B e una pancia così piatta che manco un tagliere, ma vado per infilarlo di sopra e...l'ho scucito. Scucito. Niente da fare. Due spalline piccine così. Dove io non entrerei nemmeno se mi segassi una scapola o mi piegassi una clavicola a mo' di origami.
      Lo so, non sono problemi, si fa per parlare di moda, okay?
      E poi? Vogliamo parlare dei vestiti che mi stanno di merda?
      Uno a caso: il vestito all'imperiale. Tipo quello che indossavo per il Jane Austen Day. Avete voglia di dirmi “Ma come eri carinaaaa!!!” Bugiarde. QUEL TIPO di vestito a me sta malissimo. Qualsiasi abito con la fascia sotto il seno non fa altro che accentuare la grandezza delle mie spalle nascondendo il punto vita che ringraziando Dio almeno quello c'è. Ed evidenzia le mie braccia che non sono proprio diciamo da signorina dell'800.
      Mi stanno male gli scolli tondi, mentre benissimo quelli a V.
      Mi stanno male gli stivali tronchetto e mi stanno bene i sandali a schiava.
      Mi stanno male le decolletè, le ballerine ma mi stanno bene le peep toe. Il fatto che io poi non ci sappia camminare bene e che mi appaia la Madonna quando alla sera me le tolgo, sono solo dettagli.
      Mi stanno male i vestiti con i laccetti e tutti dritti fino ai piedi, ma mi stanno benissimo i cappelli.
      Mi starebbe bene anche una quarta, una nasino alla francese e le extension, ma non si può avere tutto dalla vita.
      Insomma, se volete avere la conferma di essere una mela, una pera, una macedonia, un triangolo isoscele o scaleno, vi consiglio una giratina sul blog di Anna Venere e di vedere i suoi video.
      A me sono piaciuti tanto e no, non mi ha pagato. A dire il vero non ci conosciamo e non sa nemmeno che ho fatto sto post. Ora glielo vado a di'.









      martedì 21 ottobre 2014

      Il reggiseno del vero amore





      Sì, avete letto bene: il reggiseno che si sgancia da solo, solamente se c'è vero amore.
      Che questa frase a me ricorda molto Shrek, tipo bacio del vero amore, quelle robe lì.
      Ora vi spiego: praticamente hai su questo reggiseno che contiene un dispositivo proprio all'altezza del cuore ed è collegato al cellulare tramite un'App. L'App riceve l'impulso che il tuo cuore batte forte (ergo: sei innamorata) e si sgancia da solo offrendo le tue poppe al fortunato.
      Ora, avrei da dire giusto due o tre cosette su questa roba.
      Cominciamo col dire che io per esempio avrei un casino di difficoltà, perché se il Santo mi zompa addosso dopo una serata in cui siamo usciti, io dentro al reggiseno c'ho 3 kg di cotone. Il tubino nero sennò mi torna male sul davanti, capisci? Quindi metto il ripieno e il mio cuore non capta una beata minchia, quindi hai voglia di pastrugnare.
      Poi: metti che una esce con uno sgorbio ma l'ultima volta che ha visto un uccello è stato nell'83 durante Super Quark nella puntata dedicata alle quaglie,  e le partono comunque le fregole. Ovvio che non è innamorata, le è solo partito l'ormone. Metti che a casa di lui, sul più bello, parta sulla televisione a 85 pollici la pubblicità della nuova borsa di Hermés con uno sconto stratosferico. Roba che bisogna approfittare subito sennò quando la ripigli a quel prezzo. Ecco, caro il mio sgorbio, in quel frangente il reggiseno non si sgancia, parte proprio a mo' di razzo e ti prende in pieno sulle gengive, io te lo dico. Una donna davanti a uno sconto di una borsa firmata non solo si innamora ma va in fibrillazione, quindi il cuore ha circa 8000 battiti al minuto e no, non è amore. Almeno non per te. Per la borsa. Quindi sta cosa, cari scienziati, è poco gestibile.
      Poi ci può essere che il lui in questione ti scopra subito, del tipo “Andiamo a casa mia?” Con tanto di occhiolino. E se lui somiglia vagamente a uno spogliarellista, a te si sgancia non solo il reggiseno ma pure le mutande e non è bello che lui ti faccia “No, guarda, non ci siamo capiti. Ti porto solo ad assaggiare la parmigiana di mi' madre”. Immaginate la figura di merda. Così, scoperta subito. Ennò.
      Poi c'è un'altra questione: togliete la poesia del momento. Cioè, è bello spogliarsi no? Anche se non sei Kim Basinger e non hai uno straccio di veneziana. E lasciarsi spogliare, ovvio. A meno che tu non abbia a che fare con un uomo che per sganciarti il reggiseno impiega lo stesso tempo che impiego io a risolvere un'espressione matematica, direi che fa tutto parte del gioco. Ci sono uomini così esperti che addirittura sganciano il reggiseno con uno schioccar di dita, con un click, manco tu fossi un link su Facebook. Poi ti tagga e ti condivide pure. Quindi in questo frangente è pure inutile.
      Ci sono casi in cui non si sgancia per nulla, perché magari il gancino è arrugginito o al momento dell'attacco lo hai agganciato alla trina invece che nell'apposito buchetto. In quel caso l'uomo può andare in tilt e preso dalla passione te lo tira su e te lo sfila dalla testa. A volte lo fa con talmente tanta foga che rischia di strapparti testa e capelli, ma son rischi che per amore si corrono volentieri.
      Devi solo assicurarti di togliere lo scalpo dal tappeto prima che il gatto tenti di accoppiarcisi.
      Altra scena: lui sa che indossi sta minchiata e va sul sicuro. Sa che sei innamorata e che il tuo reggiseno si aprirà come le acque davanti a Mosè. L'aria nella stanza è talmente calda che pare di stare all'inferno, lui ti si struscia addosso, annaspa nemmeno fosse asmatico ma il tuo reggiseno non intende aprirsi. Tu preghi che si apra. La finestra. Preghi che si apra la finestra con una folata di vento perché rischiate di morì di caldo. Non solo: ti viene in mente che in una stanza assolata con 45 gradi all'ombra stesa sul letto è figa solo la Bellucci nella pubblicità del profumo di Dolce & Gabbana. Te no. A te si appiccicano i capelli alle tempie e i peli del pube ti si arricciano che pare tu stia partorendo Riccardo Cocciante.
      Comunque.
      “Embè?” fa lui, leggermente scocciato.
      “No, ma ora s'apre” fai tu come se fossi a teatro e aspettassi di vedere il sipario spalancarsi.
      “Si sgancia da solo se sei innamorata!” continua lui con fare accusatorio mentre la passione scema. Tu nel frattempo dai un'occhiata nei bassifondi e ti accorgi che non scema solo quella.
      “Ma no! Si sarà inceppato. Ma ti pare!?” Provi a difenderti.
      “Aveva ragione lui quando mi diceva che non sei innamorata di me!”
      “Lui, chi?”
      “Mio fratello!”
      SDENG! Aperto. Poppe al vento come se non ci fosse un domani. Se pronunciava anche il nome pure i lacci delle mutande si aprivano scodinzolando come cagnolini. E ti scoprono. Perché al cuore non si comanda.
      No, ma vi rendete conto che prova d'amore è questa qui? Non c'è macchina della verità che tenga. Se sei innamorata non ti si aprono solo le gambe ma ti si deve aprì pure il reggiseno con un botto. Roba che se lui è troppo vicino gli cavi gli occhi.
      Tutto questo con un cellulare e un'App che se per caso ti si inceppa, minimo ti esplode addosso come un petardo.
      “Allora, Mario? Luisa è innamorata?”
      “Non so, è saltata in aria.”
      Vorrei terminare dicendo che Meg Ryan ci ha insegnato che alcune donne fingono l'orgasmo talmente bene da meritare un premio Oscar e qua, scienziati puppologi, vi illudete che questo aggeggio si sganci solo se il cuore dice che è amore vero.
      Mapperpiacere. Voi non avete idea, ma non avete idea, di cosa può arrivare a farvi credere una donna, soprattutto quando ha un uomo infoiato davanti.
      Una donna, spogliata all'improvviso, senza quel necessario avvertimento di accoppiamento che torna sempre utile soprattutto nei mesi invernali, è capace di farvi credere che i peli che vedete sulle sue gambe non sono altro che un effetto ottico in 3D dovuto ai vostri neuroni specchio, e non una foresta di mangrovie da abbattere con la motosega.
      E se una donna è capace di questo, il dispositivo dell'amore vero se lo mette in bocca, lo mastica e vi ci fa un origami a forma di M.
      M di Minchioni.






      giovedì 16 ottobre 2014

      Shirley Temple de noattri

      Da piccina parevo Shirley Temple.
      No aspè, non ero così bellina, c'avevo i capelli a Shirley Temple, tutta ricci o boccoli. Poi crescendo mi son sciupata, in generale, capelli compresi, ma questo è un altro discorso.
      L'altra sera mentre ero intenta a documentarmi su internet sulla scissione dell'atomo per una relazione che devo presentare a breve (Leggasi: cazzeggiare su FB), mi imbatto per puro caso su un video postato da un'amica (che manco mi ricordo chi è) che parlava di capelli. Apro il link, che mi rimanda su you tube dove mi si spalmano davanti tutorial per fare tremila pettinature in meno di dieci minuti. Mi si è aperto un mondo pilifero. A quel punto non guardo nemmeno più il video incriminato ma il mio sguardo volge a destra dove c'è tutta quella sfilza di videini uno sotto l'altro che sono il male. Ti incantano, ti stordiscono, ti ubriacano e ti fanno esclamare cose tipo “Voglio farmi i boccoli!” alle undici di sera mentre tua figlia e tuo marito sbavano di sonno sul divano. Pura poesia.
      Guardo questo video di Clio (ammetto che, data la mia ignoranza, poteva essere anche Cleo, Cluo, Flua, Nina, Pinta o Santamaria) dove spiega come fare i boccoli (o riccioli belli definiti) in una sola mossa. Facile, indolore, con poco stress per i capelli. Basta una fascia e via. Vai a letto liscio come un levriero afgano e ti svegli che pari un barboncino incazzato. Perfetto.
      Il giorno dopo ho costretto il Santo per le vie della città alla ricerca di una fascia adatta, perché quelle che avevo in casa non andavano bene. Erano troppo alla moda e traforate. Se avessi usato quelle, la mattina avrei avuto un bassorilievo artistico in fronte da permettere a Vittorio Sgarbi di farci dieci puntate di storia dell'arte.
      L'ho trovata ovviamente subito e a poco prezzo.
      “Che ci devi fare? Mica l'ho capito.”
      “I boccoliiii”
      “E come fai, scusa? Ma non erano meglio i bigodini?”
      “Eh, ma con i bigodini mica ci posso dormire!”
      “Fammi capì: te stanotte ti bardi e dormi con la fascia?”
      “Fidati amò, tranquillo che domani son tutta carina e boccolosa!”
      La sera li preparo: li spazzolo per bene, ci metto un po' di siero per ricci, li divido in 5 ciocche, mi metto la fascia in fronte, infilo le ciocche dentro, mi guardo fiera allo specchio e...sembro Rambo.
      Dopo l'incidente.
      Dio, non mi si può guarda'.
      Davanti sembro Rambo che imita la principessa Leila di Guerre Stellari, grazie a due girelle di capelli sopra le orecchie. Dietro sono un misto tra una fanciulla dell'ottocento e un nido di cicogna.
      Ridicola, son ridicola. Il mio motto però sapete qual è: chi bella vuole apparire un po' deve morire. Di vergogna. Insomma, esco dal bagno molto tronfia perché so che il giorno dopo sarò molto faiga, e sfoggerò i miei boccoloni con molta sicumera.
      “Andrea, guarda come...”
      “AAAHHHHHHHH!!!” Andrea ha fatto un salto degno del miglior primato del salto in alto. Nemmeno avesse visto la bambina dell'esorcista. Ci mancava solo che si poggiasse una mano sul cuore e si accasciasse e poi eravamo a posto. Esagerato.
      “No, cioè, ndo vai te così?”
      “In casa!”
      “E vorrei vedere! E quanto la tieni sta roba?”
      “Tutta la notte, caro.” A quel punto mi son messa a limarmi le unghie con aria di sufficienza.
      “Stai scherzando.”
      “Mai stata così seria.”
      “E vieni a letto così”
      “Esatto”
      Poi ha scosso la testa e si è messo a ridere. Non a sorridere, a ridere proprio. Molto ridere.
      Dio, che nervi. Cioè, ma non capisce proprio. Io domani sarò stupenda e lui ride. Ride dei miei capelli, che ora sì, magari sono un po' strambi, ma bisogna essere avanti e immaginarsi il dopo. Bisogna essere lungimiranti, perdio!
      Tzè!
      Comunque vado a letto con sta cofana e ci dormo bene, a dire la verità. Credo che la fascia sia rimasta al suo posto 40 minuti, poi è scivolata non so dove perché come sapete io dormo molto precisa, no? (Se volete sapere come dormo leggetevi questo). In pratica ho rischiato di strozzarmici.
      La mattina ci svegliamo e il Santo ha le lacrime, ma non di commozione. Continua a guardarmi e a ridere e non so come si permetta visto che... AAAHHHHHHH!!!!
      OMMIODDIO! Mi guardo allo specchio e sembro Einstein quando fa la linguaccia. In quel momento sono tentata di denunciare Clio, perché non può avermi ridotto così. I miei capelli sono un ammasso informe e non capisco più cosa ho infilato dove.
      Ma dopo aver trovato la fascia e sfilata...TA- DANNNN!!! I boccoli come per magia. Tanti bei boccoletti super elastici bellini bellini che ondeggiavano divinamente.
      Ah ah ah, caro il mio Santo!
      Sono andata in cucina sculettando in mutande fiera dei miei boccoli e sono inciampata nel gatto. Poco poco che non mi pianto nella credenza.
      “Ma daiii!” fa lui, colpito.
      “Visto? Belli vero? E solo indossando una fascia!”
      Stupendi e i miei boccoli mi sono durati, quanto...due ore e un quarto? No aspettate, mi sbaglio. Che sciocca. Mi son durati un'ora e dieci. Secondo più secondo meno.
      Dopo un'ora e dieci c'avevo una capigliatura moscia, ma così moscia che sembrava mi avesse masticato un alano. Fatto tutto per niente. Non mi dura. O ci metto il cemento armato o i miei boccoli mi si sboccolano in due ore. Da effetto fisarmonica a effetto arpa sminchiata: di una tristezza unica. Ma non demordo, riproverò fino a che non mi chiameranno la Shirley Temple della Toscana. E allora lì riderò io. Ah ah ah! E il Santo si ricrederà!

      p.s. Raga, io non lo so, ma sarà l'avvio alla menopausa che fa fare ste cose a bimbeminchia?





      venerdì 10 ottobre 2014

      Treccione-one-one di ricotta e limone


      Oggi ricettina.
      Di un dolce che ho visto su una rivista e che voglio condividere perché è bello e buono.
      Tu dici: mo' scrivo la ricetta e via. Ennò! Non si fa! Mica puoi scrivere la ricetta così alla buona senza prima tutelarti! Eh. Perché sui blog non puoi scrivere una ricettina senza citare la fonte. Me lo hanno detto le guru del food. Le regine dei siti di cucina. Le amiche mie che cucinano che manco Cracco che imita Gualtiero Marchesi. E se lo dicono loro, c'è da fidarsi. Non puoi tu trovare una ricetta su un foglietto senza prima improvvisarti Poirot e scoprire a chi appartiene quella calligrafia e da lì risalire all'inventore della ricetta. Non puoi dire "Tho! Ecco la ricettina di un dolce, provatelo!" senza dire dove hai preso la ricetta, chi l'ha cucinata prima di te, chi ti ha ispirato, cosa hai cambiato, il codice fiscale di chi l'ha divulgata e il pin del bancomat di su' nonna. Niente è lasciato al caso: devi cità. E io cito. Io cito e tu Tarzan.
      Comunque.
      Questa ricettina bella bella l'ho presa dalla rivista Fior Fiore in Cucina. È un mensile che mi porta mia suocera, la quale lo prende alla Coop. Visto che a casa sua la sfoglio avidamente manco ci fosse fotografato Raoul Bova ignudo, lei, bella stella, adesso la prende apposta per me.
      Non sono solita fare pubblicità e non è un post  sponsorizzato, ma se andate alla Coop  ve lo prendete con un piccolo contributo e ne gioirete per trenta giorni. È una bella rivista con ricette semplici, dettagliate e alla portata di tutti. Infatti se ci riesco io... Non solo: è piena di suggerimenti, curiosità, bellissime foto e consigli su tutto ciò che riguarda la cucina e la casa. E, cosa da non sottovalutare, ha un occhio di riguardo per il menù dei bambini, per i vegetariani, i vegani, il biologico e chi più ne ha più ne metta.
      La ricetta di oggi è nel numero 17 di Aprile, quindi mi sa che non la trovate, ma ve la metto io pari pari quindi il problema è risolto.
      Il dolce che volevo fare era questo:


      Basso, contenuto, piccolo e leggermente dorato.Invitante, vero?
      Orbene, mi è uscito questo:



      Un treccione da fare invidia a Raperonzolo. Una roba che manca poco mi esce dalla teglia e ho seguito alla lettera le dosi, eh! è inutile che fate quella faccia come per dire "Chissà che cosa hai combinato!" Ho solo sostituito un uovo (nella ricetta originale erano due)  con il latte per la spennellatura ma temo che l'esplosione del treccione non sia imputabile a questa piccola variazione.
      Comunque anche se non è venuto esteticamente uguale, è stramagnifico. Si fa in 5 minuti, non ha bisogno di lievitazione extra ed è un misto tra un dolce e un panbrioche.

      Cosa ti serve:

      Mezzo kg di ricotta
      Mezzo kg di farina 00
      230 gr di zucchero
      1 uovo
      1 bustina di lievito per dolci
      1 limone non teattato
      granella di zucchero
      un po' di latte per spennellare la superficie

      Cosa devi fare:

      Accendi il forno e impostalo su 180°.
      Mescola la ricotta con lo zucchero, poi aggiungi un uovo e la buccia del limone grattugiata.
      Unisci la farina setacciata con il lievito e amalgama bene il tutto. A questo punto lavora un po' l'impasto con le mani, dividilo in tre parti, fai dei cilindri e posali su una teglia rivestita di carta da forno. Uniscili alle estremità e fai una treccia. Sai fare una treccia, vero? Se hai dubbi, vai su you tube e guarda un tutorial della tua parrucchiera di fiducia. Dopo aver fatto sto treccione, spennellalo con un po' di latte e cospargilo di granella di zucchero. Pronti. Ficca in forno per 30 minuti e dopo gioisci per la tua opera.
      Questa ricetta fa parte della rubrica "Ricette per pic nic" e infatti la trovo ottima perché è un misto tra un pane dolce e una brioche. Secondo me sta bene con un velo di marmellata o con dell'uvetta all'interno.





      Se la provate fatemi sapere ;-)



      martedì 30 settembre 2014

      Pechino Express: dico la mia.


                                                                                Foto: Pechino Express


      Io guardo Pechino Express. Rimango affascinata dai luoghi dove non andrei nemmeno mi pagassero. Aspè, magari se mi pagassero profumatamente anche sì. Insomma io, checché ne dicano i miei amici (i quali sostengono che io lì me la caverei alla grande perché sono una tipa sveglia, coraggiosa e molto incosciente), io sono sicura che a Pechino Express camperei sì e no tre giorni per poi morire schiacciata da un furgone o di dissenteria.
      Io lo so. Io mi conosco. Sono da bosco e da riviera ma col timer. Qualche giorno passi, di più, muoio. Infatti il Santo, saputo questo, son giorni che tenta di organizzarmi un viaggio in quei posti lì. E mi maledico per questo poco spirito di adattamento, per questa chiusura mentale che fa sì che io non possa godere in futuro di meraviglie simili. E quindi niente, mi guardo Pechino Express sul divano, che fa molto paracula, lo so, ma non sognando di essere lì e nemmeno di fare un'esperienza simile (bensì sono sicura che sia un arricchimento grandissimo) ma per vedere determinati personaggi alle prese con questa grande avventura.
      Mi diverto con poco, lo ammetto. Mi difendo dichiarando che c'è gente che guarda Uomini&Donne, vostro onore.
      Obiezione accolta.
      E i personaggi, quest'anno, adoro. Classificati con nomi improbabili e scontati che anche mi'nonna dopo tre bicchieri di vodka sarebbe stata capace di trovarne di meglio, ma vediamoli nel dettaglio:

      Le cougar: Eva Grimaldi e Roberta Garzia.

       Eva: Quella che è stata un'icona di bellezza anni '90 alla 'Se ti trovo te sdrumo', oggi si presenta con occhi spiritati e un cespo di capelli che pare un nido di cicogna. Non antipatica, no, ma un filino lontana da quel sex symbol che ci ha propinato per anni. Non so se è merito (colpa?) dei tanti interventi di lifting ma quando parla sembra abbia una nespola incastonata in un molare. E sì, senza un po' di trucco che le camuffa quell'aria spiritata perfetta per poltergeist, non se po' guardà.
      Roberta: L'unica, a mio avviso, che prima di interagire con il popolo in questione si fa due domande e si dà due risposte. Conosce usi della Malesia, costumi della Birmania, abitudini degli indonesiani ma ha qualche difficoltà a insegnare a Eva Grimaldi come si chiede gentilmente un pernottamento aggratisse. Infatti quest'ultima si è presa un rutto in faccia a diecimila decibel che pare le abbia fatto uno shatush naturale verde acido.

      I coreografi: Alessandra Celentano e Corrado Giordani.


      Mentre la prima la conosco per la sua simpatia e gioia dimostrata per quei disgraziati capitati nelle sue grinfie ad Amici, Corrado (mea culpa) io nemmeno sapevo chi fosse. Questo fa di me una persona molto ignorante per quanto riguarda la danza ma se mi vedeste ballare non sareste poi così sorpresi di questa mia mancanza. Abbiamo capito che la Celentano, per farla sta' un po' calmina sarebbe bene piantarla in Asia come un tubero e lasciarla a maturare lì. Facile fare la ganza dietro la scrivania e rompere le palle con sto collo del piede. Fatti otto km a piedi con un'umidità che pare di essere al rettilario di Pistoia, mangia il riso con le mosche sopra, dormi su di un tavolaccio, poi vedi che stressi di meno quei poveri disgraziati su una disciplina in cui ti vanti di essere la meglio. Se così fosse ogni sera daresti uno spettacolino e coi proventi ti ci pagheresti una suite.
      Corrado mi pare sopporti e supporti il tutto anche se ho il sospetto che dentro al turbante nasconda una pistola e che non abbia paura a usarla qualora la Celentano smatti di brutto. Comunque li soprannominerei 'Due turbanti e una capanna'.

      I fratelli: Clemente e Paolo Maccaro.

      Il primo è un rapper, il secondo il fratello del rapper (in realtà è musicista pure lui).
      Lo ammetto, sono stati eliminati ma a me piacevano un mucchio. Grande spirito competitivo, semplicità e una simpatia travolgente, hanno fatto sì che i due fratelli conquistassero gli italiani. Be' sì, lo dico io, ma credo sia così. Forse grazie ai tatuaggi con le facce degli animaletti, forse grazie a quell'aria da bambino che non gliel'ho detto mai ma io ci andavo matta. Non lo so. Fatto sta che la Celentano (che si scagli su di lei la stagione delle piogge) me li ha eliminati. Propongo uno sciopero della fame collettivo e una raccolta di firme per far rientrare in gara i due fratelli. Piuttosto, per fare spazio, buttate via le canottierine delle Immigrate e il turbante di Aladdin della Celentano.

      I benestanti: Sofia Odescalchi e Uberto Marchesi.

      Già il cognome di lei e il nome di lui ti fanno capire che potrebbero essere figli solo di Naomo.
      Qui il soprannome (cambiato dopo un iniziale 'I Ricchi') ha danneggiato irreversibilmente sta coppia di damerini. Viaggi in un paese ndo moiono di fame e dici “Salve, ha mica una stanza per noi? No money”
      “Chi siete?”
      “I ricchi”
      Pare che gli epiteti più gentili siano da scegliere tra 'Vaiammorìammazzato', 'Assorata' e 'ammammata'. Ovvio che gente abituata al caviale, alle cifre sugli asciugamani e all'autista, non possa trovarsi bene a mangiare scarafaggi, pulirsi il deretano con carta di giornale e fare l'autostop su strade polverose. Ed altrettanto ovvio che, vista la loro attitudine, siano stati fatti fuori alla prima puntata. Che, vojo di', è già tanto.

      I coinquilini: Stefano e Alessandro.


      Io spero e prego pure accendendo un lumino che questi due rimangano fino alla fine. Sono fuori come dei lampioni. Talmente assurdi e surreali che mi chiedo dove siano stati fino ad ora. Come dite? Non è un caso che possano piacermi? Evabbè, sarà il feeling che vi devo dire.


      Gli sposini: La Pina e il consorte.


      Non me ne voglia la Pina, ma non si porta molto bene i suoi quarantaquattro anni. Il consorte sembra moooolto mooolto più giovane, anche se in realtà lui ne ha trentotto. Quindi lui di una certa età che ne dimostra meno e lei di una certa età che ne dimostra di più, il divario ottico tra la coppia sembra di millemila anni. Nonostante la Pina arranchi spesso nelle prove per la sua totale inattitudine allo sport (sua stessa ammissione) ne apprezzo da tempo la tenacia e la schiettezza. A volte uno su mille ce la fa: quella è la Pina. In quanto a lui lo vedo talmente innamorato che qualsiasi cosa io dica mi sembrerebbe di sminuirlo. Che vissero felici e contenti.



      Le cattive: Angelina e Antonella Ventura.


      Vostro onore, mi scuso per la mia ignoranza sempre più palese ma io conoscevo ste due come conosco l'astrofisica e le particelle atomiche. Lo so, sono ignorante e stasera mi punirò col cilicio ma l'ho conosciute solo grazie (grazie?) a questa trasmissione. Devo dire che Angelina a me piace. Pare Costantino (il conduttore ndr) in versione femminile, lo dicono tutti del resto. Sagace, ironica e cattiva quanto basta. L'altra, quando ho letto Antonella ho avuto paura che fosse la Elia, quando ho letto Ventura ho temuto che fosse Simona, quando ho visto Antonella Ventura, prima ho detto “Chi cazz'è?” poi ho avuto la conferma che potrebbe essere un misto delle due al netto della simpatia (se mai ci fosse). Mi dicono che ha vinto un programma ma non ho il coraggio di indagare quale sia. Mi riservo il diritto di starmene in silenzio. Cosa che consiglierei spesso anche a lei perché quando parla è così simpatica che le infilerei due banane nelle gengive.

      Le Immigrate: Romina e Mariana.


      Anche qua, signori miei, ma che nome gli avete affibbiato? Non potevate semplicemente chiamarle 'Le modelle'? Visto che lo fanno di professione? Non potevate chiamarle 'Le belle figheire'? Visto che lo sono? Non potevate chiamarle 'Le due oche che rinchiuderei volentieri nel pollaio e butterei via la chiave'? Visto che invece di parlare starnazzano come se non ci fosse un domani? Capitemi: non è invidia. È che proprio non le reggo. Quando saltellano con quei gridolini a bimbeminchia, quando fanno il broncio a cucciolino, quando ti perforano il timpano con quegli acuti isterici, io non chiedo pietà, io chiedo un lanciafiamme. Subito.
      Lo so. Obiezione, vostro onore. Obiezione accolta, che l'ultima dichiarazione non venga messa agli atti. Posso dire solo un'ultima cosa? Mariana, molti anni fa, era la protagonista di Anche i ricchi piangono. Bene, a vedere questa Mariana in televisione, piangono anche i poveracci, per dire.

      Gli eterosessuali: Luca Betti e Michael Lewis.


      Ora, se c'è qualcosa di più inutile in questo programma oltre alla presenza del beauty case della Grimaldi, è questo nome affibbiato a due gnocchi che mangeresti non solo il giovedì ma anche tutti gli altri giorni della settimana. Io dico: c'è bisogno di specificarlo? Basta guardarli per far partire l'ormone. Ci son state donne che prima della messa in onda incatenavano le ovaie imbizzarrite. Perché lì, signori miei, stavano a petto nudo un giorno sì e uno pure.
      Il caro Betti con quella barbetta che ogni volta che si rade, una donna in età fertile muore, non ha bisogno santoddio di avere l'etichetta sul petto 'Eterosessuale'. Solo un uomo può pensare di affibbiare un nomignolo così riduttivo a un esemplare di maschio che è il Betti. Ma lo avete sorpreso a darsi le cremine? A farsi le sopracciglia ad ali di gabbiano? Avete sicuramente visto l'uccello sbagliato, signori miei.
      E Michael? Che se di viso può esserci qualcosa da obiettare, basta che si tolga la maglietta per rimangiarsi tutto e chiedere anche una punizione. Lui non ha una semplice tartaruga, lui ha Donatello, Raffaello, Michelangelo e Leonardo tutte insieme, che più ninja non si può. Lui non ha gli addominali, ha una tavoletta di kinder cereali di un metro per due. Ha una pancia talmente piatta e scolpita che sopra ci puoi apparecchiare e c'hai pure i sottobicchieri già incastonati.
      Ma cosa chiami Eterosessuali. Chiamali I belli, Gli gnocchi, Gli sciancapassere, ma non Eterosessuali, che per noi donne è un nome superfluo come un pelo spuntato su uno stinco a febbraio. Comunque sono stati eliminati e i miei estrogeni mi dicono che la trasmissione non ha più un senso in questa vita.

      Vostro onore, prima della sentenza vorrei dire  che quello che ho dichiarato è frutto solo del mio gusto personale e pertanto non punibile per legge. Perché se quella è uguale per tutti, i gusti (fortunatamente) anche no.





      lunedì 29 settembre 2014

      E tu, a chi somigli?



      Vi hanno mai detto “Somigli a tua madre”? o “Somigli a tuo padre”?. Certo che almeno una volta ve l'hanno detto. Il fatto che poi corrisponda a verità e tutto un altro paio di maniche. Magari tu sostieni che somigli a mamma e invece nisba, sei sputata al papà. Caratterialmente intendo.
      Io ve lo dico subito: somiglio mamma.
      Ma non è sempre stato così.
      Adesso somiglio mamma.
      Mamma è una tipa estroversa, babbo l'esatto opposto.
      Se tu metti mio padre in un gruppo e lo osservi per tre ore non diresti mai che è mio padre.
      Mamma me l'appioppi in tre secondi netti.
      Da piccola ero introversa come babbo, da circa una 25ina d'anni mi sono mammizzata. Dall'adolescenza in poi, diciamo.
      Mamma mi ha tirato su a sua immagine e somiglianza senza volerlo. Mi ha trasmesso la sua passione per i libri e film gialli (che io involontariamente sto trasmettendo ad Alice), la passione per tutto ciò che riguarda la creatività e la schiettezza, che a dire il vero, contraddistingue un po' tutte le donne della mia famiglia. Questo fa di me e mia madre una squadra dove la complicità regna sovrana.
      Babbo no. Babbo, visto da fuori, può apparire molto timido, introverso, a tratti un po' orso. Ma ovviamente non è così. Babbo per mostrarsi veramente com'è ha bisogno di stare nel suo ambiente, di essere circondato da cose e persone che conosce, altrimenti si limita ad annuire e sorridere. A volte. Invece quando è nei suoi cenci è un uomo di compagnia, ironico e fa gli scherzi alla mi' mamma. È pigro ma è un ottimo cuoco. Va a fare la spesa, porta a passeggio il cane ma è indisciplinato per quanto riguarda la sua salute. Tipo che non dovrebbe mangiare dolci e infatti si mangia le merendine di nascosto ricomponendo le scatole in modo che mamma non possa risalire al giorno in cui sono finite. Questo perché è capace di mangiarne tre alla volta.
      Mamma invece ti accorgi subito che è mamma mia. Faccio un esempio scemo: quando c'è stato l'evento di Jane Austen a casa mia, ovviamente avevo detto a tutte e due di partecipare, cioè manco lo dovevo specificare. Babbo ha subito detto no campando un “Non conosco nessuno, figurati, no no”. Mamma aveva già telefonato a tutte le sue amiche per disdire eventuali partite a burraco pur di esserci. E anche lei non conosceva nessuno, ovvio. Si è fatta qualche problema? Ma va là.
      In capo a mezz'ora si era già creata il suo gruppetto di signore con cui parlare di cucina, cucito, telefilm e gossip vari. Mai viste prima e sembrava fossero amiche da una vita. E queste signore, quando adesso le incontro, la prima cosa che mi chiedono è “Come sta mamma?” e l'ultima è “Salutami tanto mamma!”.
      Mamma ha un aspetto rassicurante, con delle belle manone che il mio deretano ha conosciuto da piccina (poche volte a dire il vero) e una fisicità che non la fa muovere svelta come vorrebbe, ma ha un cervellino fino che corre come il vento. È arguta, curiosa, dotata di molta autoironia e battuta pronta. Ricordo che una volta durante un pranzo di Natale preparò per la tavola i menù tutti scritti rigorosamente a mano e si presentò...vestita da Antonella Clerici. Cioè, aveva la parrucca bionda e il cappello da cuoco e recitò tipo proclama il menù ai presenti. Non potete capì.
      È una cuoca sopraffina, è la maga dell'ago e filo e la regina della creatività, ma ha dei grandi, grandissimi problemi con la tecnologia. Ah, dite che anche su questo ci assomigliamo? Mamma non ha un pc (almeno per ora), usa il cell un terzo di come lo potrebbe usare e non ha capito ancora chiaramente come il mio libro possa essere sul mio tablet. Ma sennò sarebbe perfetta. Però non la fare arrabbiare la mi' mamma. Probabilmente è lei che mi ha insegnato il rispetto per me stessa, perché la mi' mamma è una donna che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Piuttosto te li mette lei sopra la capoccia e ti pigia il cervelletto manco tu fossi uva appena vendemmiata. Abbiamo questo grande, grandissimo difetto io e mammà: se c'abbiamo da dirti una cosa, sta cosa scappa prima che possiamo fermarla. Babbo ci rimugina tre giorni. Mamma non hai ancora finito che t'ha magnato. Per dire.
      Mamma è una nonna presente, non invadente e molto ganza. Babbo è un nonno premuroso e scherzoso molto più di quanto lo sia stato con me.
      Mamma ha un carattere molto forte, forgiato da eventi che avrebbero fatto abbassare la testa a chiunque sventolando bandiera bianca. Ma lei no. Ha preso a morsi la vita per tutelare e proteggere la sua famiglia, il mi' babbo compreso.
      Io sono fiera di assomigliare alla mia mamma. E anche al mio babbo. Se dovessi fare un paragone direi che il mio babbo è una luce tenue, che fuori manco la vedi, ma in casa la sua luce la fa, non troppo forte da dare fastidio ma quel tanto che basta per farti muovere a tuo agio.
      La mi'mamma invece è un fuoco d'artificio. Colorato, scoppiettante e allegro. Quando c'è, la senti. Per forza.
      Io, di conseguenza, mi sento un petardo.

      Voi a chi somigliate? A mamma, a papà oppure a nonna?



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